Cartelle pazze Regione Lazio

ticket sanitariIn questi ultimi giorni, la Regione Lazio sta inviando avvisi bonari per il recupero di ticket sanitari su prestazioni e/o farmaci che i cittadini avrebbero evaso in quanto il loro reddito sarebbe risultato superiore alla soglia che avrebbe consentito l’esenzione di cui hanno usufruito. Al di là di tutta la polemica che si potrebbe fare sul fatto che ogni avviso è corredato da 25 euro di spese amministrative che spesso superano l’importo da recuperare, e del fatto che le spese sono relative al 2009/2010 e la maggioranza dei cittadini non conserva ricette e ricevute per tutto questo tempo, e spesso questi avvisi sono arrivati a bambini.

Le migliaia di “cartelle pazze” inviate dalla Regione Lazio finiscono all’attenzione della magistratura. A presentare un esposto è stata il Codacons, l’associazione dei consumatori, contro appunto l’ente regionale che ha messo in campo l’operazione di recupero dell’evasione fiscale sui ticket.

L’associazione AssoTutela ha predisposto una modello di istanza di autotutela da inviare alla Regione Lazio per chiedere l’annullamento dell’avviso bonario che il contribuente dovesse aver ricevuto.

L’autotutela è il potere dell’Amministrazione di correggere o annullare i propri atti, laddove questi risultino illegittimi o infondati. Tale potere spetta allo stesso ufficio che ha emanato l’atto o che è competente per gli accertamenti d’ufficio, oppure, in caso di grave inerzia, all’ufficio gerarchicamente superiore. L’Amministrazione esercita l’autotutela di propria iniziativa o su richiesta del contribuente. Il contribuente che chiede l’autotutela, quindi, non fa altro che “sollecitare” l’Amministrazione a riconsiderare la legittimità dei propri atti ed eventualmente annullarli.

È, però, doverosa una precisazione. L’istanza in autotutela non sospende gli effetti dell’atto, i termini per il pagamento ed i termini per l’eventuale rimedio giurisdizionale previsto (opposizione avanti la Commissione Tributaria o il Giudice ordinario competente). Pertanto, è bene che il procedimento in autotutela venga concluso entro 30 o 60 giorni previsti per l’opposizione giudiziale. In caso contrario sarà necessario, nelle more della definizione del procedimento in autotutela, presentare ugualmente ricorso. L’autotutela è opportuno presentarlo nei casi in cui ci si trova di fronte un atto palesemente illegittimo emesso dall’Amministrazione Finanziaria oppure da altro ente (Regione Lazio nel nostro caso).

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento mettiamo a disposizione:

Saldo IMU: prossima scadenza 16 dicembre

Saldo imu 2015La scadenza del 16 dicembre per il pagamento dell’IMU 2015 è vicina. E come ogni anno i contribuenti devono districarsi tra aliquote, codici tributo, esenzioni e molto altro per rispettare i termini indicati per il pagamento dell’IMU.

L’imposta municipale unica, IMU è stata introdotta con il Decreto legge 201/2011 e poi modificata più volte nel corso del tempo. Dal 2014 l’IMU è stata inserita nella IUC una sorta di tassa unica che avrebbe dovuto semplificare la tassazione sulla casa, ma che di fatto non ha semplificato un bel niente.

Per il 2015 l’IMU è dovuta in caso di possesso di immobili che non siano l’abitazione principale, compresa l’abitazione principale delle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 e le pertinenze della stessa. In sostanza i contribuenti sono tenuti a pagare l’IMU sulle seconda case, ma anche sull’abitazione principale (quella in cui risiede abitualmente e ha la residenza) se questa rientra tra le categorie catastali degli immobili di pregio o di lusso.

La legge che regola l’IMU precisa che “per pertinenze dell’abitazione principale si intendono esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, nella misura massima di un’unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all’unità ad uso abitativo”. Ciò significa che se nella mia abitazione principale, su cui non pago l’IMU, ho due garage su uno dei due devo pagare l’imposta municipale unica.

I contribuenti non devono pagare l’IMU sull’abitazione in cui risiedono e sulle pertinenze. Inoltre – come spiega il sito delle amministrazioni comunali – l’IMU non è dovuta su:

  • unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari;
  • fabbricati di civile abitazione destinati ad alloggi sociali
  • casa coniugale assegnata al coniuge, a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • unico immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, posseduto, e non concesso in locazione, dal personale in servizio permanente appartenente alle Forze armate e alle Forze di polizia ad ordinamento militare e da quello dipendente delle Forze di polizia ad ordinamento civile, nonché dal personale del Corpo nazionale dei vigili del fuoco.

IMU 2016

E’ ormai nota la cancellazione del pagamento dell’Imu e della Tasi sulla prima casa.

Sull’argomento, però, sono diverse le modifiche introdotte al testo della legge di Stabilità 2016 a seguito del passaggio in Senato.  Tra queste, spicca certamente l’estensione dell’esenzione a tutta una serie di nuove ipotesi.

ESENZIONI: I CASI

  1. Arriva la conferma sulla totale esenzione da Imu e Tasi per proprietario utilizzatore (inquilino o comodatario).
  2. Scatta l’esonero anche nel caso di immobili non di lusso concessi in comodato a parenti disabili in linea retta o collaterale non superiore al secondo grado.
  3. Esenzione anche per gli immobili delle cooperative edilizie a proprietà indivisa che sono assegnate ai soci studenti universitari, anche in mancanza della residenza anagrafica.
  4. Stessa cosa nel caso di immobili dati in comodato a parenti in linea retta entro il  primo grado (quindi figli o genitori), che risultano da contratto registrato, a patto che il proprietario abbia adibito l’immobile a propria abitazione principale nel corso del 2015 e che nel 2016 risulti la sola unità immobiliare posseduta nell’intero territorio italiano. (Clicca qui per maggiori approfondimenti)
  5. L’esenzione è estesa anche in caso in cui la casa venga assegnata in sede di separazione e divorzio.
  6. L’esonero scatta infine anche per gli alloggi sociali e le unità non locate dei dipendenti delle Forze armate.
  7. Per i terreni agricoli viene confermata l’esenzione totale Imu con riguardo ai beni posseduti e condotti da soggetti che detengono la qualifica di Iap e di coltivatori diretti.

Non si delinea l’esenzione bensì un abbattimento del 25% su Imu e Tasi, invece, per tutte le unità immobiliari che sono concesse in locazione a canone concordato.

Bonus mobili per giovani coppie

Bonus mobiliOltre a prorogare fino al 31 dicembre 2016 la detrazione per l’acquisto dei mobili destinati ad immobili oggetto di un intervento di recupero del patrimonio edilizio, la legge di Stabilità per il 2016 ha previsto un’altra detrazione: gli acquisti di mobili effettuati da giovani coppie e destinati ad arredi di immobili oggetto di acquisto consentiranno di fruire della nuova detrazione.

Inizialmente il limite massimo della spesa su cui calcolare la detrazione era pari a 8.000 euro. Ora, per effetto di un emendamento approvato, la soglia massima è stata elevata a 16.000 euro.

Sembrerebbe, quindi, una buona notizia, ma le condizioni necessarie per fruire della nuova detrazione sono così stringenti da rendere possibile la fruizione del beneficio solo in pochi casi.

La prima condizione – la più facile da realizzare – è rappresentata dall’età della coppia. É necessario che nell’anno oggetto della detrazione (il 2016) almeno uno dei due componenti la coppia non abbia raggiunto i 35 anni di età.

Inoltre sono agevolati gli acquisti effettuati nel periodo 1° gennaio-31 dicembre 2016.

Un’ulteriore condizione subordina la detrazione alla circostanza che il nucleo familiare sia stato costituito da almeno tre anni. Per le coppie sposate si potrà fare riferimento alla data di matrimonio, per le coppie more uxorio, anch’esse destinatarie dell’agevolazione, si dovrà verificare la coincidenza della residenza anagrafica. A partire dalla data in cui i due componenti avranno stabilito la medesima residenza anagrafica si considererà costituito il nucleo familiare.

L’ambito applicativo limitato della nuova disposizione può essere intuito con alcune semplici esemplificazioni.

Ad esempio non può fruire della detrazione la coppia che contrae matrimonio nel 2016 e decide di acquistare un nuovo immobile da arredare. In questo caso mancherebbe il requisito della costituzione del nucleo familiare da almeno tre anni. La coppia, per fruire della detrazione, dovrebbe dimostrare la convivenza prima del matrimonio in quanto marito e moglie dovrebbero avere la medesima residenza anagrafica da almeno tre anni.

Non possono fruire della detrazione neppure i coniugi che hanno costituito un nucleo familiare da almeno tre anni e decidono di destinare ad abitazione principale un immobile già posseduto e non acquistato nel 2016. In tale ipotesi mancherebbe il requisito dell’acquisto dell’immobile da destinare ad abitazione principale.

Possono invece fruire del beneficio le coppie in possesso del predetto requisito (nucleo familiare costituito da almeno tre anni) che acquistano nel 2016 un nuovo immobile da destinare ad abitazione principale e che nel medesimo anno acquistano i mobili da destinare ad arredo.

In pratica il legislatore ha sostituito una condizione necessaria per fruire del bonus con un’altra condizione il cui verificarsi risulta ancora più difficile. Non è necessario ristrutturare l’immobile per fruire della detrazione relativa alle spese per il recupero del patrimonio edilizio, ma il nuovo beneficio spetta a condizione che si acquisti un nuovo immobile. La presenza di tale condizione sarà ancor più difficile da soddisfare se si considera che la giovane coppia avrà senza dubbio una minore “capacità reddituale” a causa dell’età.

La detrazione, sotto il profilo oggettivo, ha un ambito diverso rispetto a quella già applicabile.

Infatti sono oggetto dell’agevolazione esclusivamente gli acquisti di mobili e non degli elettrodomestici aventi classe energetica A+ in quanto non menzionati dalla norma.

Il nuovo beneficio non può essere cumulato con la detrazione relativa all’acquisto di mobili destinati agli immobili oggetto di ristrutturazione.

Attività sportiva dilettantistica:la fiscalità delle associazioni – prima parte

ASD logoLa pratica dell’attività sportiva a livello dilettantistico ha avuto nel corso degli ultimi decenni una diffusione costante e intensa tanto da assumere una rilevanza non solo sociale, ma anche economica. Ciò spiega la crescente attenzione che il legislatore tributario ha dimostrato per la materia.

Innanzitutto è utile sottolineare che per attività sportiva dilettantistica si intende l’esercizio di un’attività sportiva senza scopo di lucro e per finalità di natura ideale. Pertanto, gli sportivi dilettanti svolgono la loro attività a titolo gratuito e senza carattere di continuità.

L’attività sportiva dilettantistica viene esercitata prevalentemente in modo associato, secondo una delle seguenti forme giuridiche:

  1. associazione sportiva dilettantistica (Asd), con o senza personalità giuridica
  2. società sportiva dilettantistica (Ssd), speciale categoria di società di capitali, caratterizzata dall’assenza del fine di lucro.

Un’associazione sportiva dilettantistica è costituita da un gruppo di persone che decidono di associarsi in vista della realizzazione di uno scopo comune: la pratica e la gestione di un’attività sportiva senza scopo di lucro e per finalità di natura ideale, cioè dilettantistica.

Dal punto di vista fiscale, le Asd sono destinatarie di un articolato complesso di disposizioni:

  • talune di portata generale, comuni a tutti i soggetti rientranti nella categoria degli enti non commerciali (Enc)
  • altre relative a quella particolare categoria di enti non commerciali costituita dalle associazioni
  • altre, infine, specificamente ed esclusivamente indirizzate alle associazioni sportive dilettantistiche, che presentano determinati requisiti.

Le Asd come enti non commerciali

Le associazioni sportive dilettantistiche rientrano nel novero degli enti non commerciali.

La qualifica di ente non commerciale, quindi, si ottiene e si conserva a condizione che l’attività istituzionale effettivamente esercitata abbia esclusivo o prevalente carattere non commerciale. In altri termini, ai fini del raggiungimento dei propri scopi istituzionali, gli enti non commerciali possono svolgere anche attività commerciali, purché le stesse siano meramente accessorie e di supporto rispetto all’attività istituzionale (non commerciale).

La definizione di oggetto esclusivo o principale è dettata dal comma 4, articolo 73, Tuir, in base al quale “l’oggetto esclusivo o principale dell’ente residente è determinato in base alla legge, all’atto costitutivo o allo statuto, se esistenti in forma di atto pubblico o di scrittura privata autenticata o registrata. Per oggetto principale si intende l’attività essenziale per realizzare direttamente gli scopi primari indicati dalla legge, dall’atto costitutivo o dallo statuto”.

Tuttavia, come previsto dall’articolo 149 del Tuir, l’ente, indipendentemente dalle previsioni statutarie, perde la qualifica di “non commerciale” se, per un intero periodo d’imposta, di fatto svolge prevalentemente attività commerciali. Pertanto, lo status di ente non commerciale va determinato in concreto, con riferimento cioè all’attività effettivamente svolta, non essendo sufficiente la mera analisi delle indicazioni contenute nell’atto costituivo e nello statuto.

Il regime fiscale degli enti non commerciali

Come già detto, le associazioni sportive dilettantistiche sono, in linea di principio, enti non commerciali e, pertanto, il loro regime fiscale naturale è quello proprio di questi enti,

Prima di analizzare le peculiari disposizioni agevolative previste per gli enti non commerciali di tipo associativo, in generale, e per le associazioni sportive dilettantistiche, in particolare, è utile, quindi, descrivere sinteticamente il regime fiscale degli Enc ai fini Ires, Iva e Irap.

Ires

Gli enti non commerciali sono soggetti all’Ires con aliquota del 27,5% (articolo 77 del Tuir) e il loro reddito complessivo è dato dalla somma dei redditi fondiari, di capitale, d’impresa e diversi ovunque prodotti e quale ne sia la destinazione, ad esclusione dei redditi esenti e di quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o a imposta sostitutiva.

Dalla determinazione del reddito complessivo restano esclusi:

  • i corrispettivi, che non eccedono i costi di diretta imputazione, derivanti da prestazioni di servizi non rientranti nell’articolo 2195 cc, rese in conformità alle finalità istituzionali dell’ente, senza specifica organizzazione
  • i fondi pervenuti a seguito di raccolte pubbliche effettuate occasionalmente, anche mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori, in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione
  • i contributi corrisposti da pubbliche amministrazioni per lo svolgimento di attività aventi finalità sociali.

Gli enti non commerciali determinano il proprio reddito complessivo secondo  modalità analoghe a quelle stabilite per le persone fisiche.

Il reddito d’impresa degli enti non commerciali: regime ordinario e regime forfettario

Gli enti non commerciali, quindi in linea di principio anche le associazioni sportive dilettantistiche, possono essere titolari di un reddito d’impresa derivante da un’attività commerciale esercitata occasionalmente e in via secondaria rispetto all’attività istituzionale.

Il reddito d’impresa può essere determinato mediante il regime ordinario ovvero, ricorrendone i presupposti, mediante il regime forfettario.

In base alle regole ordinariamente previste, il reddito d’impresa degli enti non commerciali è determinato dalla differenza tra i proventi conseguiti e i costi sostenuti, riferibili all’attività commerciale. Specifiche disposizioni sono previste per i componenti promiscui, relativi cioè sia all’attività commerciale sia a quella istituzionale.

Per l’attività commerciale eventualmente esercitata, gli enti non commerciali hanno l’obbligo di tenere una contabilità separata (articolo 144, comma 2, Tuir).

L’articolo 145 del Tuir prevede un regime forfettario di determinazione del reddito d’impresa per gli enti non commerciali ammessi al regime di contabilità semplificata ex articolo 18 del Dpr 600/1973 (regime semplificato per le imprese minori, cioè per le imprese che, nell’anno precedente a quello in corso e relativamente a tutte le attività esercitate, abbiano conseguito ricavi non superiori a 400mila euro, se esercenti attività di prestazioni di servizi, ovvero a 700mila euro, se esercenti altre attività).

Al ricorrere delle suindicate condizioni, quindi, gli enti non commerciali possono optare per il regime forfettario. In tal caso, il reddito d’impresa si determina applicando all’ammontare dei ricavi conseguiti dall’esercizio dell’attività commerciale le seguenti percentuali di redditività:

  • prestazioni di servizi
    • 15% per ricavi fino a 15.493,71 euro
    • 25% per ricavi compresi tra 15.493,71 e 400.000 euro
  • altre attività
    • 10% per ricavi fino a 25.822,84 euro
    • 25% per ricavi compresi tra 25.822,84 e 700.000 euro.

Il reddito così determinato sarà sottoposto a tassazione secondo l’ordinaria aliquota Ires.

Per gli enti che esercitano contemporaneamente prestazioni di servizi e altre attività, si applica la percentuale prevista per l’ammontare dei ricavi relativi all’attività prevalente. In mancanza di distinta annotazione, si applicano le percentuali previste per le prestazioni di servizi.

Gli enti non commerciali sono tenuti a presentare la dichiarazione annuale (modello Unico-Enc). Tuttavia, le associazioni sportive dilettantistiche che svolgono solo attività istituzionali e non hanno anche redditi fondiari, di capitale, d’impresa o diversi e non hanno dipendenti, collaboratori o lavoratori occasionali, non sono obbligate a presentare la dichiarazione dei redditi.

Iva

Gli enti non commerciali sono soggetti passivi Iva solo con riferimento alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuati nell’esercizio eventuale e occasionale di attività commerciali. Ne consegue che per le operazioni realizzate nell’esercizio della propria attività istituzionale non assumono la veste di soggetti passivi.

Sono altresì esclusi dal campo di applicazione dell’Iva i fondi pervenuti agli enti non commerciali durante raccolte pubbliche effettuate occasionalmente, anche mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori, in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagna di sensibilizzazione. In tal caso, gli enti hanno l’obbligo di redigere, entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio, uno specifico e separato rendiconto, a cui va allegata una relazione illustrativa, in cui devono essere esposte tutte le entrate e le spese relative a ciascuna manifestazione in cui si è realizzata la raccolta dei fondi (articolo 20, comma 2, Dpr 600/1973).

Sono in ogni caso considerate commerciali e, di conseguenza, imponibili ai fini Iva:

  • le cessioni di beni e le prestazioni di servizi ai soci, associati o partecipanti verso pagamento di corrispettivi specifici o contributi supplementari in funzione delle maggiori o diverse prestazioni alle quali danno diritto, ad esclusione di quelle effettuate in conformità alle finalità istituzionali da particolari tipologie di enti di tipo associativo (tali contributi vanno distinti dalle quote associative, versate al solo fine di acquisire lo status di socio, che non sono soggette a Iva)
  • le operazioni oggettivamente commerciali, di cui all’articolo 4, comma 5, Dpr 633/1972.

Ai sensi dell’articolo 19-ter del Dpr 633/1972, per gli enti non commerciali, “è ammessa in detrazione soltanto l’imposta relativa agli acquisti e alle importazioni fatti nell’esercizio di attività commerciali o agricole”.

La detrazione spetta:

  • a condizione che l’attività commerciale sia gestita con contabilità separata da quella relativa all’attività principale;
  • a condizione che la contabilità sia tenuta in maniera conforme alle disposizioni in materia di corretta e regolare tenuta delle scritture contabili.

Irap

Nel novero dei soggetti passivi Irap rientrano anche gli enti non commerciali. In base all’articolo 10 del Dlgs 446/1997, la determinazione della base imponibile Irap da essi dovuta segue regole diverse a seconda che l’ente svolga esclusivamente attività non commerciale ovvero svolga anche attività commerciale. In ogni caso, sia per l’attività istituzionale sia per quella commerciale, si applicano le ordinarie deduzioni forfetarie per scaglioni di base imponibile e le deduzioni analitiche previste dalla legge.

Inoltre, in presenza delle condizioni normativamente previste, per il personale impiegato nell’esercizio di attività commerciali, trovano applicazione le deduzioni forfetarie per dipendenti e per incrementi occupazionali.

Gli enti non commerciali, che si avvalgono di regimi forfettari per la determinazione del reddito d’impresa, possono calcolare l’imponibile Irap sommando al reddito rilevante ai fini Ires il costo del personale dipendente, i compensi spettanti ai collaboratori coordinati e continuativi, le retribuzioni di coloro che esercitano lavoro autonomo occasionale e gli interessi passivi.

Il reddito imponibile e l’ammontare dell’imposta dovuta devono essere in ogni caso dichiarati presentando la dichiarazione Irap.

Spese di riqualificazione energetica: ultima chiamata per la detrazione al 65%

Riqualificazione energetica

Le spese sostenute per interventi finalizzati al risparmio ed alla riqualificazione energetica, ed effettuati su fabbricati appartenenti a qualsiasi categoria, quindi abitativi e strumentali (sono tali quelli utilizzati per l’esercizio di una impresa – es.: un capannone – o una professione o un’arte), fruiscono di una detrazione fiscale pari al 55%, che comporta un risparmio di imposta.

La Legge 147/2013 (Legge di Stabilità per il 2014) ha introdotto una prima proroga per tale agevolazione nel seguente modo:

  • detraibilità al 65 % dal 01.01.2014 al 31.12.2014 (fino al 30.06.2015 per gli interventi su parti comuni;
  • detraibilità al 50 % dal 01.01.2014 al 31.12.2015 (dal 01.07.2015 al 30.06.2016 per gli interventi su parti comuni).

Successivamente la  Legge 190/2014 (Legge di Stabilità per il 2015) ha da ultimo prorogato la misura dell’agevolazione del 65 % per il periodo dal 01.01.2015 al 31.12.2015.

Dal 01.01.2016 le spese sostenute per interventi di riqualificazione energetica potranno beneficiare della detrazione del 36 % e a tempo indeterminato.

Tali interventi sono relativi alla realizzazione di opere finalizzate al conseguimento di risparmi energetici, con particolare riguardo all’installazione di impianti basati sull’impiego delle fonti rinnovabili di energia.

La riqualificazione energetica di un edificio consiste nella realizzazione di opere destinate a migliorarne l’efficienza, contenendo i consumi, riducendo le emissioni di fattori inquinanti, ed utilizzando in maniera ottimale le risorse di energia.

I soggetti che sostengono delle spese per opere di riqualificazione energetica hanno, pertanto, diritto a recuperare parte del costo sostenuto, grazie ad una detrazione dall’IRPEF, l’Imposta sul reddito delle persone fisiche (o dall’IRES, in caso di società di capitali), cioè dalle imposte derivanti dalla dichiarazione dei redditi.

 

Le spese oggetto di agevolazione devono essere relative ad:

  • interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti (fino ad Euro 100.000);
  • interventi su edifici (o parti di edifici o unità immobiliari) esistenti riguardanti strutture opache orizzontali come coperture e pavimenti (interventi non regolamentati dal D.M. 19.2.2007), finestre comprensive di infissi (fino ad Euro 60.000);
  • installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda per usi domestici o industriali (fino ad Euro 60.000);
  • interventi di sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con caldaie a condensazione (fino ad Euro 30.000).

La L. 90/2013, di conversione del D.L. 63/2013 ha introdotto la detrazione del 65 % per gli interventi antisismici su costruzioni ricadenti nelle zone sismiche ad alta pericolosità.

La detrazione spetta per gli interventi sopra indicati su qualsiasi fabbricato esistente, a prescindere dalla categoria catastale. Riguarda quindi sia gli edifici residenziali, cioè destinati ad abitazione, sia le loro pertinenze (ad es.: box e tettoie), sia gli edifici strumentali, cioè destinati ad uso commerciale o industriale.

In sostanza, sono agevolabili tutti gli edifici iscritti in catasto, e per i quali sono dovute le imposte comunali (ICI e IMU).

Sono esclusi dal beneficio i fabbricati di nuova costruzione, in quanto già obbligati a disporre di tutti i requisiti tecnici per il risparmio energetico.

La detrazione compete al soggetto che materialmente sostiene la spesa e non necessariamente al proprietario dell’immobile. Possono usufruire dell’agevolazione, oltre che il proprietario e il nudo proprietario, anche il titolare di un diritto reale sul bene (ad esempio, l’usufruttuario), l’inquilino o il comodatario e i condomini per gli interventi effettuati sulle parti comuni condominiali, per le spese sostenute e rimaste a loro carico. La detrazione può essere utilizzata anche dal coniuge, dai parenti entro il terzo grado e dagli affini entro il secondo, conviventi con il soggetto che «privatisticamente» è possessore o detentore dell’unità immobiliare interessata ai lavori (solo se la convivenza ha il carattere della stabilità e sussiste fin dall’inizio dei lavori – C.M. 4.4.2008, n. 34/E), in base alle medesime regole previste per le ristrutturazioni edilizie detraibili al 36%, sempre in relazione alle spese sostenute e rimaste a loro carico.

Per ottenere il beneficio fiscale è sufficiente che il contribuente sia in regola con i permessi tecnici e amministrativi per l’esecuzione dei lavori e che provveda ai due seguenti adempimenti:

1: pagare i fornitori a mezzo bonifico, nel quale dovranno essere evidenziati i seguenti dati:

  • causale del versamento, con la seguente dicitura: detrazione ai sensi della Legge 296/2006, art. 1, co. 344-349;
  • il proprio codice fiscale (cioè il codice fiscale di chi paga);
  • il codice fiscale o la partita IVA di chi esegue i lavori.

2:  inviare all’ENEA, cioè all’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (http://efficienzaenergetica.acs.enea.it/), entro 90 giorni dalla fine lavori, copia della certificazione energetica e la scheda informativa degli interventi realizzati (l’originale deve ovviamente essere conservato).

Tale pratica, solitamente effettuata da un professionista tecnico (geometra, architetto, ecc.) o direttamente dalla azienda fornitrice dell’impianto (in caso, ad esempio, di sostituzione della caldaia, o dell’installazione di pannelli solari), può comunque essere inviata direttamente dall’interessato,in via telematica.

Non è invece necessario inviare alcuna comunicazione all’Agenzia delle Entrate, neppure nel caso di prosecuzione dei lavori oltre il periodo di imposta.

Locazione: canoni non pagati senza tasse se c’è la clausola risolutiva

locazionecanoni non percepiti nell’ambito di un rapporto di locazione devono sempre figurare nella dichiarazione dei redditi del locatore fino a quando non venga definitivamente emesso, da parte del giudice, il provvedimento di sfratto. È necessario, in altre parole, attendere la fine della procedura giudiziale, che culmina con il deposito in cancelleria dell’ordinanza di convalida dello sfratto per smettere di pagare le imposte sulla locazione e tornare ad assoggettare l’immobile alla normale tassazione da reddito catastale. Non è richiesto, invece, l’avvio della successiva fase di esecuzione forzata con l’ufficiale giudiziario.

Tuttavia, con una recente interpretazione più estensiva, tanto la Cassazione [1] quanto la stessa Agenzia delle Entrate [2] stanno prendendo delle posizioni più morbide a favore del contribuente-padrone di casa, consentendo allo stesso di dimostrare, anche in altri modi, l’interruzione del rapporto di locazione. Uno di questi è appunto la previsione, nel contratto, della cosiddetta clausola risolutiva espressa con cui le parti si accordano sin da principio che, in caso di mancato adempimento di una o più mensilità, il contratto si intenderà automaticamente risolto. In realtà la risoluzione non è un effetto propriamente immediato, ma necessita di una raccomandata a.r. inviata dal creditore (il padrone di casa) al debitore (l’inquilino) con cui gli comunica che intende valersi della facoltà attribuitagli dal contratto di invocare la clausola risolutiva e, quindi, lo scioglimento della scrittura privata. Ebbene, proprio con il ricevimento, da parte del conduttore, di tale comunicazione il padrone di casa potrà smettere di dichiarare (dall’anno successivo) il reddito da locazione.

Lo stesso effetto si può ottenere con la previsione del termine essenziale, che tuttavia, a differenza della clausola risolutiva espressa, richiede un ulteriore adempimento da parte del locatore: la diffida ad adempiere indirizzata all’inquilino moroso con cui gli viene dato un termine – di norma non inferiore a 15 giorni – per regolarizzare la propria posizione, scaduto il quale il contratto si considera automaticamente sciolto, con liberazione dall’indicazione dei canoni non percepiti nella dichiarazione dei redditi.

 

Il credito di imposta

Il contribuente ha diritto a un credito d’imposta per i canoni dichiarati e non riscossi, risultanti dal provvedimento giudiziario di convalida dello sfratto per morosità.

Più in particolare la legge prevede che i redditi fondiari, relativi a immobili tenuti a disposizione o concessi in locazione, concorrono a formare il reddito complessivo indipendentemente dalla percezione, in deroga al principio generale che assoggetta a tassazione i redditi delle persone fisiche nell’anno in cui avviene la materiale percezione (principio di cassa). Tuttavia, viene prevista l’esclusione, dal reddito complessivo, dei canoni non riscossi a condizione che:

  1. a) l’immobile risulti locato a uso abitativo;
  1. b) il conduttore dell’immobile risulti moroso rispetto ai canoni locativi;
  1. c) si sia concluso il procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto.

 

Elemento fondamentale, per rivendicare il credito d’imposta a fronte dei canoni di locazione non percepiti e comunque sottoposti a tassazione, è l’intervento del giudice, che certifica la morosità del conduttore dell’immobile e convalida lo sfratto. Una transazione tra le parti, ancorché effettuata con l’ausilio di un legale, non rispetta le condizioni previste dalla norma: pertanto, nel caso descritto, il lettore non ha titolo per chiedere il credito d’imposta a fronte della quota di canoni non percepiti.

Allo stesso modo nelle locazioni a uso commerciale non può trovare applicazione il credito di imposta.

[1] Cass. sent. n. 651/2012.

[2] Ag. Entrate, circolare n. 11/E/2014.